La disabilità non è menomazione, non è una malattia, ma il risultato dell’esclusione

La disabilità non è menomazione, non è una malattia, ma il risultato dell’esclusione

Le donne, gli uomini, i bambini invalidi sono vittima dei tagli imposti alla spesa pubblica. Senza sussidi né servizi, restano affidati alle famiglie che spesso non hanno i mezzi per curarli adeguatamente.

La disabilità è una relazione sociale, non una malattia e dipende da quanto la società e lo Stato garantiscono pari opportunità e non discriminazione.

Ci tengo a riportare qui di seguito alcune testimonianze di genitori di ragazzi affetti da una grave disabilità, lasciamo che siano i fatti a parlare:


Lettera di Rosalia Tripi, mamma di un ragazzo con grave disabilità.
"Il 2 giugno 2017 mio figlio Ivan ha compiuto 19 anni... mio figlio fa il compleanno in un giorno che le Istituzioni definiscono speciale, un giorno di festa, di celebrazione, un giorno in cui si festeggia "la Repubblica italiana", quella Repubblica che come ha detto oggi in tv il presidente della Repubblica Mattarella deve essere ricca di valori di "condivisione". Ma oggi ad una madre di un ragazzo disabile grave come la sottoscritta questa festa della Repubblica della condivisione non ha alcun senso, perché non corrisponde affatto alla realtà che come genitore si vive. Mio figlio è stato abbandonato da questa Repubblica "della condivisione.
Ivan è stato cacciato dalla scuola insieme a tanti altri ragazzi e ragazze disabili da gennaio, perché le istituzioni che festeggiano la "Repubblica della condivisione" non hanno voluto risolvere il problema dei servizi di assistenza, come il trasporto, rimasti bloccati per mesi..." si lo sappiamo che c'è questo problema" hanno detto tutti ma il problema è rimasto! in modo assolutamente vergognoso e fuori da ogni logica!
Il 2 giugno mio figlio Ivan ha fatto il compleanno e abbiamo saputo che perderà l'anno scolastico, che non sarà ammesso alla classe successiva, come se fosse colpa sua l’avere fatto tutte queste assenze e non avere frequentato la scuola, ma nella "Repubblica della condivisione" del presidente Mattarella accade anche questo. Come madre il cui figlio è stato leso in modo gravissimo dalle Istituzioni tutte che festeggiano questa giornata, non è affatto la festa della "Repubblica della condivisione", ma è solo la giornata del compleanno di mio figlio che in questi mesi ha combattuto sempre con il sorriso sulle labbra...

 

E ancora…testimonianza del padre di Loris!
Il mio bimbo si chiama Loris, Lollo come era solito rispondere quando gli veniva chiesto come ti chiami», rivela il suo papà: «Sì, il mio bimbo, fino a quel giorno che vorrei cancellare e cioè il 23 aprile 2012, stava benissimo. Era un bimbo sanissimo di due anni e mezzo. Poi un’emorragia al cervelletto e il mondo cambia, la vita diventa difficile e tutti ti chiudono le porte». Oggi Lollo, sopravvissuto all’emorragia, non può più accedere alla riabilitazione di cui ha bisogno perché non sussistono fondi sufficienti.

 

Ma uno Stato può chiudere le porte e sacrificare i suoi cittadini più deboli?

L’Italia la risposta se l’è già data. Chiara e tonda: un sì, netto e drammatico. Non siamo ancora all’eutanasia. Ma non siamo lontani: anzi, con i recenti tagli alla spesa sociale le persone non autosufficienti sono già state sacrificate.

Basta leggere questi racconti e guardare il nostro Paese dagli occhi di piccoli e adulti per capire che per vivere, studiare, lavorare hanno bisogno di aiuto.
A Milano e in altre città ci sono bambini che frequentano la scuola dell’obbligo soltanto per 11 ore la settimana, dopo che il ministero ha ridotto le spese per gli insegnanti di sostegno.
E altri ragazzi proprio in questi giorni rischiano di dover rinunciare agli studi perché i Comuni non pagano più il trasporto e i bus di linea sono barriere architettoniche con le ruote.

 


Scuola pubblica, sostegno privato!
Anche M., 7 anni, seconda elementare a Milano, è una bambina sacrificata dallo Stato. Per lei, come per molti altri alunni, l’Ufficio scolastico ministeriale ha concesso 11 ore di insegnante di sostegno su 40 di presenza settimanale a scuola. Nelle altre 29 ore la piccola, che soffre di encefalopatia post natale, aveva due alternative: rimanere parcheggiata in aula o tornare a casa. La piccola M. però può dirsi fortunata.

La soluzione l’ha trovata la mamma, 41 anni, impiegata. Paga lei l’educatrice in classe per le ore non coperte: 1.400 euro al mese. «Se ne va tutto il mio stipendio, unica entrata della famiglia», dice: «Ma posso permettermelo grazie all’aiuto dei miei genitori». Per tutti gli altri bambini che non possono contare sui nonni, la scuola dell’obbligo a Milano dura soltanto 11 ore alla settimana.



TAXI? Spesso un obbligo, ma anche costoso!

A Torino come nel resto d’Italia le barriere architettoniche sono fuori legge. Ma spesso al taxi non ci sono alternative. Un punto di eccellenza che garantiva alle persone con disabilità motoria la possibilità di andare a scuola, in ufficio, a fare visite mediche. La copertura è stata ridotta a un massimo di 4 euro a corsa. Con il traffico delle ore di punta, significa un minimo contributo su un totale di 25 - 30 euro al giorno. «È un balzo indietro di una trentina d’anni», osserva Andrea Ginestri, 47 anni: «La cosa più grave è che alcuni disabili abbiano preso in considerazione l’ipotesi di licenziarsi. Chi ha un impiego part-time, riterrebbe più conveniente licenziarsi perché gran parte del suo compenso verrebbe spesa in taxi».

 

 

Mancano le strutture!
Il trasporto è ugualmente un dramma per Concetta Drago, 46 anni, insegnante, che quest’anno scolastico appena cominciato non sa come far arrivare in classe la figlia colpita da osteogenesi imperfetta, 16 anni, terza liceo linguistico: «Abitiamo in un piccolo paese della Sicilia e», racconta, «la scuola di mia figlia è a 40 chilometri, a Sant’Agata Militello. Ci hanno spiegato che con la prevista abolizione delle province, quella di Messina non ha rifatto il bando per l’appalto del trasporto. Tutti i paesi di qui sono nella stessa situazione. Intanto abbiamo cominciato a portarla noi ogni giorno. Mi sta aiutando mia madre, ma ha settant’anni e non potrà farlo sempre. Mia figlia è ben inserita, completamente dedita allo studio. Si muove su una carrozzina e no, è impossibile servirsi dei pullman di linea. Li dovrebbe vedere»

 

 

Indennità bloccate.
Maria Simona ha ottenuto un contratto di telelavoro per stare accanto alla figlia di 25 anni e al marito, 57 anni, invalido dal 2007 dopo un aneurisma. «La vita non smette mai di metterti alla prova», dice lei: «Mio marito è prigioniero in casa. Ha una pensione di invalidità civile, 270 euro con cui dovrebbe vivere. L’hanno fatto rivedibile ogni due anni. A gennaio ha passato la visita. Ma a febbraio, alla scadenza, l’Inps gli ha bloccato l’indennità. Succede a tutti, giovani e anziani. Ogni due anni. Riprendono a erogartela dopo sei, sette mesi. Per qualcuno anche diciotto. Una vessazione. Per fortuna ci aiutano i suoi genitori anziani. Altrimenti non saprei come fare». 

Nell’ultimo decennio sono i più anziani la stampella di questa Italia. Ma quanto può durare?

 

Lottare per conquistare la vera condivisione sociale.
Trovo che i tagli al Fondo non autosufficienze e a quello per le politiche sociali sono inaccettabili, un atto gravissimo e umiliante che colpisce le persone con disabilità e le fasce più deboli della popolazione. È evidente che la riduzione del Fondo per le non autosufficienze ha un impatto negativo sulla vita delle tante persone disabili e delle loro famiglie che tramite l’accesso a quelle risorse possono contare, ad oggi, su erogazioni monetarie mensili aggiuntive che coprono, ad esempio, l’assistenza domiciliare necessaria a garantire una soddisfacente qualità di vita”. Non solo: “Al di là delle ricadute negative sui cittadini che sono certe e che condanneranno molte persone alla povertà e all’emarginazione, il segnale giunto dal governo è certamente negativo rispetto alla strutturazione dei livelli essenziali di assistenza in una logica di garanzia di diritti certi”
Queste politiche sono sbagliate e inopportune, e non solo feriscono i più vulnerabili, negando diritti ed inclusione sociale, ma paralizzano l’Italia. È puro autolesionismo tagliare in maniera incisiva questi fondi anziché utilizzarli come un formidabile investimento per creare sviluppo, innovazione e buona occupazione.
Serve un Piano generale per garantire un livello omogeneo di servizi su tutto il territorio nazionale
Una cosa è certa: Noi disabili continueremo a lottare insieme a chi porta avanti sinceramente la battaglia per i nostri diritti e per quelli degli assistenti, perché l'obiettivo è conquistare la vera "condivisione" sociale e non quella falsa.

 

Ricordi Alessandro

 

 

FONTI:
http://www.palermotoday.it/social/segnalazioni/disabili-abbandonati-appello.html 
http://espresso.repubblica.it/attualita/2013/10/24/news/senzawelfare-1.138961 

 

 

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