NADIA, da Medico Chirurgo a OSS per seguire il marito

NADIA, da Medico Chirurgo a OSS per seguire il marito

Da qualche tempo mi sto informando su un tema che fino a poco a tempo fa era per me sconosciuto: Assistenza alla persona. Navigando alla ricerca di informazioni sul web ho potuto leggere una storia che porta il lettore ad una attenta riflessione … consiglio di leggerla e cogliere fino in fondo il significato profondo di questa storia, buona lettura!

La prima volta che ho visto Nadia non le avrei dato neanche il titolo di oss, confessa in tutta onestà. La vedevo camminare tra i corridoi del reparto trascinando i piedi, come se non avesse voglia di lavorare. Eppure da noi di lavoro ce n'è sempre stato tanto. Siamo nel reparto di pediatria e dunque è facile immaginare come oltre ai classici momenti del giro letti, della raccolta dei parametri e dell'imboccamento, ci sono tante altre occasioni da condividere con i piccoli pazienti: gioco, confronto con i genitori, igiene extra ecc…

Sin dal suo primo turno, tutti l'abbiamo giudicata come inadatta.
Non rideva quasi mai e anche se sapeva svolgere bene il suo lavoro di oss, c'era qualcosa nel suo atteggiamento, soprattutto con i medici, che non ci piaceva affatto. Con noi era abbastanza cordiale, anche se non parlava quasi mai di cose accadute durante il turno. Per le consegne diceva il minimo indispensabile, senza mai entrare nel campo infermieristico o medico.
Con il passare del tempo Giuditta e gli altri colleghi prendono confidenza con Nadia e tra una chiacchiera e l'altra finalmente la donna decide di raccontare un po' di più della sua vita, lasciando tutti di stucco.

Ricordo ancora quella mattina, rivela Giuditta, quando una collega che aveva appena smontato notte mi ha raccontato tutto. Dalla storia di Nadia era emerso che nel suo paese di origine, lei era stata un medico chirurgo. Laureata in medicina, si era specializzata in chirurgia pediatrica, professione che aveva svolto finché non era stata costretta dal marito a emigrare in Italia. Appena dopo il trasferimento aveva provato a chiedere il riconoscimento del titolo, ma per esercitare avrebbe dovuto frequentare un'università italiana e dare parecchi esami.

Più tardi, lei stessa mi aveva confessato che tra mille difficoltà coniugali e la mancanza di disponibilità economica era riuscita a malapena a pagarsi un corso per oss. Mai come in quel momento Giuditta si era sentita in colpa. Da quel giorno ho iniziato a capire il suo atteggiamento, dice Giuditta. Adesso so che Nadia non trascina i piedi perché non ha voglia di lavorare, bensì perché è una donna delusa. Delusa dalla vita, dal suo stesso lavoro che ama, ma che non può svolgere.

Quando accompagna i pazienti nello studio medico e si allontana in fretta verso la porta lo fa non perché non è capace di confrontarsi con i medici, ma perché probabilmente le fa male avere di fronte un collega e non poterlo chiamare tale.

Nadia sa che deve stare al suo posto. In Italia è una oss e non vuole per nessun motivo perdere il posto di lavoro. Da quando il marito l'ha lasciata, ha bisogno di molti soldi per mantenere gli studi alle figlie e per le loro attività sportive. Il suo sogno di frequentare l'università si allontana sempre di più, così come quello di ritornare nel suo paese d'origine.


Noi colleghi speriamo sempre che per lei ci sia un lieto fine, conclude Giuditta. È ingiusto quello che le è capitato e ammiro la sua forza. Non credo che un medico italiano sarebbe disposto a diventare oss per sopravvivere, sottolinea con ironia. Una cosa è certa: grazie a Nadia abbiamo tutti imparato una grande lezione di vita.

Questa storia, letta attentamente, è davvero piena di significati ma l’aspetto che emerge maggiormente è come una persona giudica così facilmente un’altra persona senza conoscerla, senza conoscere la sua storia, le sue origini. Spesso si giudica con una superficialità tale che non ci si rende nemmeno conto che davanti a noi si ha una persona e non un automa. Persone giudicate ancora prima di conoscersi, scambiarsi due chiacchiere e questo accade spesso, troppo spesso, ma soprattutto fa male, fa male all’anima, alla persona in sé e questa sofferenza può avere dei riscontri davvero negativi sulla vita di queste persone. Basta una parola in più, una chiacchierata per evitare tutto questo e la storia appena raccontata ce lo dimostra in tutti i suoi effetti.

Ricordi Alessandro

 


FONTI
https://www.nurse24.it/oss/testimonianze-operatore-socio-sanitario/oss-testimonianze-medico-operatore-sociosanitario-nadia.html

 

 

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