L’incubo del respiro che manca. Poi il buio, l’intubazione, i lunghi giorni in terapia intensiva. Al risveglio, la conta dei danni lasciati dalla guerra col virus. Un anno dopo cosa resta nei pazienti che hanno sperimentato le forme più gravi di Covid-19, finiti cioè in ospedale con polmonite e sindrome da distress respiratorio acuto (Ards)? Lo svela uno studio internazionale condotto a Brescia e pubblicato su ‘Thorax’, che apre anche uno spiraglio di speranza: i dati mostrano infatti “un ottimo recupero in termini di qualità di vita, ritorno al lavoro, indipendenza nelle attività quotidiane, stato cognitivo e mentale”. Compromessa invece in modo significativo la funzione fisica, ma gli esiti – puntualizzano gli autori – sono meno gravi rispetto ad altri pazienti con Ards di gravità clinica sovrapponibile, ricoverati in epoca pre-Covid.

Il lavoro scientifico, frutto della collaborazione tra il Centro di ricerca universitario ‘Alessandra Bono’ dell’università degli Studi di Brescia e il Centro per il follow-up dei pazienti dimessi dalla terapia intensiva dell’Asst Spedali Civili di Brescia, indaga sugli esiti di 114 pazienti colpiti da Ards associata a Covid e valutati 3, 6 e 12 mesi dopo le dimissioni dall’Unità di terapia intensiva. E gli autori spiegano che si tratta dei “primi dati al mondo” su questi pazienti “ad un anno dalla terapia intensiva”. Sono stati valutati i disturbi fisici, mentali e cognitivi (perdita di massa e forza muscolare, complicanze neuro-psicologiche, dolore e altre condizioni patologiche). L’esame della forza muscolare (handgrip test) ha evidenziato miglioramenti significativi nel tempo.

Non così il test del cammino di 6 minuti (che sonda la resistenza fisica e si ferma in media all’80% del valore) e l’affaticamento grave percepito da un terzo dei pazienti. L’indipendenza nelle attività della vita quotidiana è stata raggiunta dal 98% a 3 mesi. I disturbi della memoria e altre alterazioni cognitivo (28% a 3 mesi) sono migliorate nel tempo, a differenza dei sintomi di depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico, presenti nel 9%, 10% e 4% a 3 mesi. A un anno dalle dimissioni, però, i dati mostrano “un ottimo recupero in termini di qualità di vita, ritorno al lavoro, indipendenza nelle attività quotidiane, stato cognitivo e mentale – elenca Nicola Latronico dell’Unità operativa di anestesia e rianimazione 2, autore dello studio e coordinatore del Centro Alessandra Bono – La funzione fisica misurata in modo oggettivo, sia in termini di forza muscolare che di endurance, rimane compromessa in modo significativo”.

Tuttavia, questa compromissione della funzione fisica, puntualizza Latronico, mostra “esiti meno gravi rispetto a pazienti con Ards di gravità clinica sovrapponibile ricoverati in epoca pre-Covid, a sostegno del fatto che la cura dei pazienti è stata di elevata qualità nonostante i numeri impressionanti della pandemia”.

Con questo studio, spiegano dall’ateneo, il neonato il Centro di ricerca universitario si propone di promuovere la ricerca e la disseminazione di conoscenze sulla sindrome post-terapia intensiva, “una sindrome ancora oggi ampiamente inesplorata”. L’acronimo scelto è Loto (Long Term outcome), nome ispirato “a un fiore che con la sua forza emerge dal fango per mostrarsi in tutta la sua bellezza. Il miglior augurio possibile per coloro devono riemergere dall’esperienza drammatica della malattia critica”, si legge in una nota.

FONTE:

Pin It on Pinterest